domenica 10 giugno 2012

Jazz - Rendy Weston (meets himself)


Non mi era mai capitato di assistere ad una registrazione così veloce. Ero al numero sette di corso Venezia, la sala d’incisione diventata celebre per aver ospitati tra i più grandi del jazz. Quando arrivai Rendy era già al piano, strimpellava tranquillo ed io tanto per iniziare scattai delle foto. La luce e lo sfondo erano molto interessanti, non ci scambiammo neppure una parola. Poi mi dissero che avrebbero iniziato e quindi uscii, dovevo ricaricare e fare il punto della situazione, sarei rientrato appena possibile. Passata una mezz’ora mi affacciai alla regia e vidi che erano fermi tranquilli, convinto che si stessero prendendo un momento di riflessione chiesi quanto avevo a disposizione per le foto, mi guardarono e indicando la sala, Rendy non c’era più. Gli avevano detto che occorrevano quarantacinque minuti di musica e lui aveva suonato esattamente per quarantacinque minuti dopo di che si era alzato e se ne era andato.
Un pomeriggio di una domenica assieme a Vanda andammo al cinema, in piazza Cavour proiettavano l’ultimo lavoro di Woody Allen “Anny e le sue sorelle”. Il film era molto divertente ad un certo punto della storia Woody incontra una delle sorelle della sua fidanzata in un negozio di dischi a New York, mentre parla e scartabella i dischi ne afferra uno che apre coprendo lo schermo con tutta l’immagine, la copertina di Rendy Weston che avevo fatto per la serie “Meets”, era lì in bella vista.

venerdì 25 maggio 2012

Jazz - Meets

Jerry Mulligan & Enrico Intra


Il jazz è una musica che devi amare per comprenderla. Tony Casetta proprietario della Produttori Associati aveva iniziato ad interessarsi dell’industria discografica perché amava il jazz.  La prima volta che andai negli Stati Uniti nel lontano 74 lo feci con Casetta e durante un passaggio a New York mi portò in un locale sulla Quinta Avenue nell’east side dove facevano jazz, credo che adesso ci suoni Woody Allen. Ci raggiunse una cantante molto nota anche in Italia Conie Francis, fu una serata particolare perché mentre loro parlavano io cercavo di capire come mai tanta gente amasse quella musica, solo quando non ho più cercato di capire lasciando che la musica arrivasse ne ho percepito il senso. Tornati in Italia Casetta mi chiese di lavorare su una collana di jazz, che stava producendo. Erano dischi di solisti che suonavano insieme confrontandosi, per questo questa serie di incisioni furono chiamati “Meets” incontri.

Jean-Luc Ponty & Giorgio Gaslini


Feci una proposta di cui ero così convinto che decisi di farne non solo il bozzetto ma anche l’impianto (l’impianto è la selezione delle pellicole dalle quali si passa direttamente alla stampa). Casetta guardò la busta facendosela girare tra le mani poi mi disse “Caro Monti io da lei mi aspetto molto di più non una banalità come la potrebbe fare chiunque e non si preoccupi delle spese lei si esprima come sa fare”. Una cosa del genere non mi era mai capitata, da prima mi sentii offeso aveva toccato il mio ego, poi avendo una grande stima per quell’uomo, convenni che aveva ragione, avevo preso l’argomento sottogamba.

Thed Jones Mel Lewis & Manuel De Sica


Costruii una nuova proposta e nell’arco di due giorni gliela portai.


Guido Manusardi & Red Mitchell

venerdì 18 maggio 2012

Pino Daniele - Vaimò


Quando lo incontrai per la prima volta, Pino era un ragazzo semplice e molto timido, poi quel suo modo di parlare un pò sottovoce ne facevano una persona deliziosa. Rincontrandolo dopo un paio di long playing anche se non erano cambiati i suoi modi, vidi che qualcosa in lui era mutato, era più sicuro anche quando camminava aveva un portamento convincente. In un momento di pausa quando a casa mia ci si trovava in cucina e le barriere cadevano, chiesi cosa gli era successo. Dopo aver bisbigliato frasi incomprensibili si decise a parlare con più chiarezza. L’anno prima il comune di Napoli aveva organizzato un grande raduno musicale in Piazza Plebisciti. C’erano almeno duecento mila persone, ad un certo punto toccò a lui, salito sul palco fu accolto da una ovazione incredibile, dopo poco attaccò il pezzo che lo aveva reso celebre “Na tazzurella e caffè”, ma non riusciva a sentire la sua voce perchè tutta la piazza la cantava.
“ Capisci Cesare?!” mi disse ed io risposi “ E’ naturale, la conoscono tutti” e di nuovo Pino “E’ vero ma sentirla in quel modo mi dette i brividi, ma la cosa che mi fece riflettere era che stavano cantando una canzone che avevo composto scherzosamente mentre ero al cesso!!!”
Il rapporto che ho avuto con molti dei musicisti con i quali ho lavorato non si esauriva con la foto, o il progetto della loro copertina, andava oltre. Succedeva che passando da Milano venissero a trovarci, si mangiava insieme e si parlava di tutto, dei desideri, dei sogni, delle difficoltà, della vita insomma, alcuni si fermavano a dormire adattandosi, anche perchè non avevamo una stanza per gli ospiti. Durante una serata di queste, Pino mi raccontò che la canzone “I su pazze” prendeva spunto da una sua esperienza. Aveva due zie con le quali viveva, da piccolo quando combinava qualche pasticcio o disubbidiva le due per punirlo lo rinchiudevano in una stanza che stava sul loro pianerottolo lontana dal loro appartamento. Dentro era buio pesto, succedeva che dopo poco tempo sentisse una presenza, non era amichevole perchè gli bisbigliava che da lì doveva andarsene. Non disse mai nulla per paura di essere considerato pazzo, ma all’età di diciotto anni fece delle ricerche e scoprì che quella era stata la casa di Masaniello l’eroe popolare che nel settecento si era messo a capo della rivolta di Napoli. Da qui è nata la frase “ I su pazzo masaniello è turnato”.


lunedì 30 aprile 2012

Ivano Fossati & Oscar Prudente - Poco prima dell'aurora


Oscar aveva pensato questo album per sé, poi la grande amicizia e l’affiatamento tra lui ed Ivano portò a questo esperimento di un disco insieme. Il titolo non ne sono certo ma credo di averlo trovato io, l’immagine è invece il frutto di uno dei primi collage che ha fatto Vanda. La base di partenza era una foto scattata durante un viaggio in Olanda, uno scorcio di un vicolo in un paese vicino ad Amsterdan mi pare che si chiamasse Monnickendam. L’Olanda e anche l’Irlanda sono state per me e Vanda mete amatissime, appena ci era data occasione si andava, non tanto per visitare i musei o i luoghi storici, ci piaceva respirarne l’aria, viverla, sentircela nostra, soprattutto la provincia dove la gente ti guarda in faccia e ti saluta, dove le case hanno le finestre e le porte aperte, dove la vita scorre normalmente, monotona e uguale a sé stessa.
Era tarda sera e vidi un cagnetto spelacchiato attraversare il vicolo, mi piaceva vedere questa figura rinchiusa tra le mura della via. Il sole a tramonto invece fu ripreso su un’isola di fronte la grande diga, l’isola di Texel. Bellissima da vedere, ma sferzata dai  venti che arrivando da mari gelidi rendono la permanenza difficoltosa. Ricordo che una mattina andammo verso il mare, il cielo era terso e come sempre il vento era teso, da lontano si vedeva una spiaggia bianca e l’acqua di un blu intenso, sulla battigia non si vedeva un anima. Avanzammo sull’altura dove stavamo, arrivando al limite, così da scoprire che sotto i nostri piedi dove la natura ed il vento avevano scavato una grande nicchia, una quantità inverosimile di persone pressati gli uni agli altri prendevano il sole ma nessuno, pur essendo estate inoltrata, faceva il bagno.
Stampai la foto e la virai in blu, Vanda mise le cose insieme aggiungendo il ritaglio dei due volatili presi da una rivista di disegni dell’ottocento. All’interno invece i ritratti di Oscar ed Ivano. Dovevano tenere in braccio il gatto che mi aveva regalato qualche tempo prima la fidanzata di Edoardo Bennato. Ma Nerone nome non a caso, rimase tranquillo tra le braccia di Oscar, ma non ci fu verso con Fossati.
Una piccola annotazione sul nome Nerone è necessaria. Quel gatto era molto dispettoso, ogni tanto visto che il loft dove stavo aveva una sala pose di almeno duecento metri quadrati, lui prendeva e correva tutto attorno cercando di attirare l’attenzione mia e di quelli che stavo fotografando, era un’esibizionista. Ogni tanto per avere più agio lasciavamo il gatto al mio amico Zacchetti. Una mattina dovevo fare delle foto a Bennato e mi necessitava lo spazio il più libero possibile, il gatto stava dal mio amico che beato lui lo adorava. Edoardo mentre si lasciava cullare dalla mia sedia a dondolo accanto alla finestra spalancata imbracciò la chitarra e incominciò a strimpellare cantando
” Menomale che adesso non c’è Nerone!” Non sò se fu casuale però...

sabato 21 aprile 2012

Lucio Battisti - Anima latina


Come altre volte ci si rivolse ai componenti della Numero Uno, appuntamento al Mulino con figli nipoti mamme zie e nonni per una festa all’aperto, portare con se di tutto pentole padelle strumenti musicali, questo fu il messaggio. Il Mulino era una specie di comune, una trovata di Giulio, convinto di essere il primo a sperimentare questo modo di vivere pretendeva da tutti solidarietà e condivisione, a volte mi sono chiesto se vivesse in un altro tempo, era il suo un autentico ritardo storico, scopriva le cose quando erano già state vissute, superate e dimenticate, ma in fondo era sempre stato sincero entusiasticamente sincero. Completamente ristrutturato, lo spazio comprendeva stanze da letto, una serie di saloni con divani e caminetto e una meravigliosa cucina. La sera ci si attardava a parlare di molte cose dalle più demenziali alle più serie, era interessante perché si confrontavano mondi diversi, sogni diversi, prospettive diverse. Per quanto fosse un’esperienza storicamente superata, riusciva ad avere in sè un germe di vivacità creativa. C’era uno spazio apposito dove suonare, diventato  con l’andare del tempo una sala di registrazione di grande livello. Amavo lavorare stando su un enorme terrazzo coperto, ricavato dal vecchio pagliaio, era in legno pregiato che profumava di cedro, da lì vedevo la vallata spingersi tra il bosco ed il lago.
Come dicevo riunimmo molti dei figli dei componenti della Numero Uno, convocando anche una modella, Dina, per interpretare l’Anima latina. La donna che avevo già usato per la copertina della Flora Fauna Cemento, anni dopo la incontrai su un set dove giravo uno spot pubblicitario e scoprii che in realtà faceva la sarta.
Scegliemmo i maschi tra i 10 e  i 14 anni per rendere più realistica l’immagine. Volevo raccontare i primi pruriti sessuali, la curiosità per l’altro sesso e il timore, la timidezza. In effetti i ragazzi ogni volta che Dina faceva svolazzare la gonna si fermavano a guardare. Quando sfiancati dalla fatica s’accasciavano a terra circondando la Dina, gli occhi correvano nella scollatura, e quando si rendevano conto della presenza dei genitori, arrossivano abbassando lo sguardo. Certo sarebbe stato grande documentare una cosa simile ma, me ne accorsi solo dopo mentre facevo la scelta degli scatti buoni. Spesso si perde di vista il dettaglio che risulta determinante mentre si è distratti dall’insieme dell’immagine. Parlando con un grande del reportage Romano Cagnoni anche a lui era capitato di scoprire solo dopo quel particolare dettaglio che dava allo scatto un carattere determinante.


sabato 14 aprile 2012

Premiata Forneria Marconi


Con la PFM ci sono sempre stati degli alti e bassi. All’inizio quando da “Quelli” diventarono PFM le cose andavano alla grande. Conoscevo dall’infanzia Franco Mussida, era stato a lezione per anni dal medesimo maestro di musica di mio fratello, ci frequentavamo da quando abitava in fondo a viale Zara. Il gruppo dopo varie mutazioni passò sotto la mano del mitico Mamone diventando PFM. Il gruppo con questo nuovo nome andò a San Remo non tanto per presentare un loro pezzo, ma per supportare nascosti dietro giganteschi amplificatori quelli che si stavano esibendo. Mi venne da ridere quando da dietro un amplificatore sbucò la punta del piede degli stivaletti di Mussida. La Ricordi quell’anno mi aveva invitato visto che ero l’autore di almeno una decina di copertine dei dischi presenti. Per me e Vanda fu una bella vacanza, la sera dopo il festival andavamo in un locale dove la PFM si esibiva, erano strepitosi suonavano i pezzi dei Deep Purple dei King Crimson degli Emerson Lake and Palmer, ricordo Antoine ballare come un forsennato, in quel locale ci ritrovavi un po’ tutti, forse per disintossicarsi dalla sbornia di stupide canzonette.
Dopo San Remo con il nostro pulmino li seguimmo nella loro tournè sulla riviera Adriatica dove feci delle foto, da quelle immagini furono tratti cinque manifesti, uno per ogni componente, che esposti uno accanto all’altro formavano un enorme unico poster; era sicuramente la prima volta che per pubblicizzare un gruppo musicale si usasse un’affissione di quelle dimensioni tre metri per tre.
La loro prima copertina non è opera mia, ma di mia moglie Vanda, straordinaria pittrice e splendida donna. Quando presentai il dipinto creato apposta per il loro disco, non tutti erano d’accordo, al loro interno c'era una corrente esterofila che trovava l'immagine naif. La scelta era in effetti frutto della volontà di essere diversi dalle immagini perfette, cercavamo il contenuto anche attraverso una tecnica elementare. Una persona non ebbe dubbi, la Mara responsabile dell'ufficio stampa della Numero Uno, era la vulcanica e straordinaria per simpatia e sincerità, Mara Maionchi, e così tra mugugni e simpatie la copertina rimase quella che poi uscì.



Per l’uscita invece del loro primo 45 giri, detti ai ragazzi della PFM l’appuntamento in un campo di granturco verso la zona del Parco sud di Milano, alle cinque di mattina. Gli scatti però quando li vidi non mi soddisfecero, erano privi di personalità sciatte anche di luce, forse sarebbe stato necessario un rafforzo di luce frontale. Proiettai la diapositiva scelta su un piano di Juta poi mi misi con la macchina fotografica di sguincio in modo da allungare le figure, il risultato non fu male ma non ne fui mai contento.



Come avevo raccontato in occasione della prima copertina di Prudente avevo conosciuto Giannicci, Oscar me lo aveva presentato incontrandolo sotto la Galleria del Corso, Gianni, così si chiamava l’amico, aveva un contratto con la galleria Borgogna a Milano e doveva preparare la sua mostra da lì a tre mesi. Abitava ad Albissola, e a Milano non aveva uno spazio dove poter dipingere, così vista l’abbondanza di spazio a disposizione gli offrii di stare da noi. La tecnica che usava era diversa da quella di Vanda, lui dipingeva i suoi grandi quadri con gli acrilici mentre Vanda pur utilizzando svariate tecniche preferiva per le sue cose l’olio. C’era da fare la seconda copertina della PFM e dopo la polemica per la prima, si pensò di confondere le idee con uno stratagemma. Occorreva la copertura di un artista affermato e Gianni era la persona giusta. Si disse allora che avremmo usato un quadro che Giannicci avrebbe fatto appositamente collaborando con Vanda. I due presero una decisione astrusa avrebbero fatta una facciata ciascuno.
L’immagine che ne uscì era senz’altro gradevole, ma priva di contenuti, non voleva dire nulla era priva di significato. Ne rimasero entusiasti, le immagini successive seguirono questo percorso, esteticamente perfette ma nient’altro. Da profano della musica credo che sia stato questo il problema di molti gruppi d’allora, tranne rari casi, tecnicamente perfetti ma privi di personalità.




domenica 8 aprile 2012

Perigeo - La valle dei templi


La RCA mi chiese di fare le foto per la copertina del disco del Perigeo, un gruppo che conoscevo di fama, si collocavano tra gli “Area” i “Napoli Centrale” ed i trasgressivi  Rava e Urbani. Fra loro si contavano musicisti che sarebbero diventati grandi nel mondo del jazz come il pianista D’Andrea, il sassofonista Fasoli, il bassista e leader del gruppo De Tommaso. Dovevo raggiungerli ad Agrigento dove partecipavano ad un festival. Non amavo l’aereo ho sempre preferito il treno ma non c’erano altre possibilità, avevano organizzato una spedizione di addetti stampa e critici musicali, ma io non conoscevo nessuno. Era la prima volta che andavo in Sicilia, l’aereo atterrò a Punta Raisi, tre o quattro macchine ci aspettavano per condurci attraverso mezza Sicilia. Viaggiai in compagnia dei due decani della critica musicale Franco Fayenz e Arrigo Polillo, erano simpatici anche se di quello che dicevano ne capivo la metà, io guardava la natura scorrere sui finestrini i colori e i paesaggi erano da mozza fiato. Arrivammo in un albergo nuovissimo lontano dalla città costruito a fianco di un cementificio. Con i componenti del gruppo che erano arrivati il giorno prima, decidemmo di fare un sopralluogo dove si sarebbe fatto lo spettacolo. La Valle dei Templi, era una meraviglia impossibile da descrivere, improvviso scoppiò un temporale violentissimo durò poco ma lasciò la natura stralunata, la temperatura era scesa di botto, la terra rosso fuoco brillava ed il cielo intarsiato dalle nuvole lasciava passare raggi di sole che sembravano lame di luce, non persi tempo e iniziai a scattare, in lontananza si poteva vedere la linea dell’orizzonte squillare sul mare, mentre sul lato opposto la città, con la prepotenza di un cemento disordinato e violento che rattristava quei monumenti silenziosi ed eterni.
Decisero che il festival si sarebbe spostato nel teatro della città. La sera ci fu il concerto. Era strano vedere intere famiglie con nonne nonni bambini piccoli accalcarsi dentro a quel teatro per ascoltare musicisti lanciare i loro suoni sincopati e complessi, non c’era nessuna sintonia tra il pubblico e gli artisti, erano lì perché non c’era altro da fare. I musicisti si susseguivano in una girandola che distraeva l’attenzione annoiata del pubblico. Finalmente lo spettacolo finì e tornammo tutti all’albergo. Allora mi resi conto che quella costruzione era assolutamente insensata, confinante con un cementificio aveva l’aria di un’isola nel deserto, il contrasto era indubbiamente la caratteristica di quella terra, un contrasto inquietante senza spiegazioni. Fu invece piacevole parlare con quei musicisti con Franco Fayenz di cui divenni amico, sentirli ricordare i cento festival a cui avevano partecipato gli aneddoti divertenti. Oltre a Franco conobbi Romano Mussolini e il clarinettista che suonava con lui un americano alto pelato con il pizzetto. Scot così si chiamava era un fiume in piena. Rimasi in piedi fino all’alba parlando con i componenti del gruppo.

venerdì 6 aprile 2012

Curare con amore


Sono un grande cacciatore  di realtà impossibili


Cavalcare i propri sogni non sempre è un’illusione



Oggi le margherite crescono nei giardini di pietra e gli uomini di ghiaccio si sciolgono al sole


Nel castello dei sogni gli abitanti sono giganti e i draghi sono nani

mercoledì 21 marzo 2012

Mia Martini - Danza


La copertina fu il frutto di un lavoro da vero certosino, oggi grazie a photoshop tutto sarebbe molto più semplice. La foto dello stivale con il bicchiere la scattai in studio su fondo nero utilizzando un flash a lunga durata per poter utilizzare i tempi di posa veloci e fermare il flusso del liquido. Una volta scattato riavvolsi il rullino e ci riscattai sopra la visione notturna del grattacielo Pirelli. Gli stivali gialli ce li prestò Giovanna la moglie di Lauzi. Nell’immagine interna invece dietro ad un pannello di polistirolo fa capolino Ivano Fossati che era l’autore del disco mentre in primo piano di spalle c’era l’Alice. Quando feci lo scatto cercai di convincerla a togliersi dal davanti, ma non ci fu niente da fare voleva stare lì e alla fine decisi di includerla nell’immagine.


Mimi era una donna di grande dolcezza con una delle voci più straordinarie che abbia mai sentito. La prima volta che la vidi fu a Venezia, la Ricordi mi aveva invitato al festival che si teneva nella città lagunare. Ricordo la sera in cui arrivammo all’Excelsior fuori ci aspettavano i dirigenti della casa discografica e il portiere dell’Hotel rimase smarrito forse pensava che fossimo dei personaggi noti dei vip e invece eravamo noi con la nostra Appia grigio chiara vecchia di vent’anni. Ricordavo che nel film di Visconti “Morte a Venezia” sulla battigia proprio di fronte all’Excelsior c’erano dei gazebi bianchi che gli ospiti dell’hotel usavano per riposare e guardare il mare così la mattina all’alba detti appuntamento a Mimi e approfittando di quegli stessi gazebi scattai delle foto. Con Mimi nacque un’amicizia silenziosa e garbata. Poi la maldicenza proruppe nella sua vita rovinandole l’esistenza, eppure resisteva ad ogni scossone con quella sua voce inimitabile e quella drammaticità che ne fecero un’artista unica. Non so’ perché ma è stata una delle pochissime donne che ho fotografato.

venerdì 16 marzo 2012

Canzoniere del Lazio - Lassa stà la me creatura


All’inizio della mia professione non avevo lo studio, usavo quello di un amico, Rocco Mancino bravissimo fotografo di moda, avendo avuto una grossa esperienza come stampatore a Londra, in cambio della sua ospitalità gli curavo la camera oscura. Quando conobbi Vanda incominciai a pensare ad uno studio tutto mio, ma occorrevano soldi, e non avendo ancora un portfolio, pensai che la cosa migliore fosse vendere delle foto di ritratti, paesaggi cose che i giornali e le case discografiche avrebbero potuto usare. Passare attraverso le agenzie sarebbe stato oneroso e i tempi si sarebbero dilatati, poi ci piaceva pensare ad un viaggio insieme, per cui ci organizzammo un giro nelle case discografiche e nelle redazioni dei giornali in Germania, in Francia e in Inghilterra. Dovevamo allora usare ogni occasione per arricchire il catalogo. Franco Marabelli aveva una copia di amici danesi di Copenaghen che scendevano a Milano ogni tanto, lei era simpaticissima ed il marito pure. Franco collaborava già da tempo con Fiorucci e mi chiese di fare un manifesto per loro. Montammo un set dove oltre a Vanda e ad un’altra ragazza c’era anche l’amica danese. Vestite da tutu colorati, pieni di paiette e dal trucco eccessivo, era un trio di ballerine che si esercitava alla sbarra, surreali, felliniane, due magrissime e l’altra, la ragazza danese, bella in carne, corpulenta direi, così tanto che trasbordava dal vestito. Alla fine visto il personaggio feci altre foto all’amica di Franco. Qualche mese dopo partimmo con il nostro camioncino per la Germania, arrivammo ad Amburgo per presentarci alla redazione di Stern, mostrammo le diapositive che avevo e l’art director senza indugi scelse l’immagine della danese truccata e vestita da ballerina da circo che teneva in mano un ombrellino aperto. Tornammo il giorno dopo e ci dettero sull’unghia in marchi una cifra esorbitante non ricordo quanto, ma sufficiente ad aprire lo studio. Cosa ne fecero non lo sò credo sia stata uno delle loro copertine. Anni dopo Ricki Gianco mi chiamò per fare un lavoro su un nuovo gruppo che aveva sotto contratto “Il Canzoniere Del Lazio”. Li andai a sentire e mi piacquero veramente tanto, la loro musica era un misto di rock e tamurriata. Ritirai fuori quelle foto che avevo fatto alla donna grossa danese, non c’erano dubbi lei era mamma roma. Utilizzando due proiettori sovrapposi l’immagine della ragazza danese con il dettaglio di un tramonto che avevo fotografato in un viaggio ad Amsterdam e scattai.

martedì 13 marzo 2012

Gian Pieretti - Il vestito rosa del mio amico Piero


Parlare di omosessualità per quei tempi non era cosa semplice, se oggi è considerato ancora un problema negli anni settanta era un tabù. Il  vespasiano, così si chiamavano dal nome del suo inventore l’imperatore Vespasiano, ritratto nella copertina, stava in piazza Vesuvio a Milano e la scritta riportata sulla struttura era vera, la bicicletta appoggiata all’albero invece era di Vanda. Gian Pieretti aveva partecipato ad un festival di Sanremo diventando famoso con un pezzo scritto con Ricki Gianco, “Pietre”. Ricki che conoscevo dall’infanzia, era amico di mio fratello, si incontravano con altri ragazzi in una latteria all’angolo di via Solari, io ero più piccolo e non sempre mi era permesso di stare con loro ma ricordo le stupidaggini che facevano e si dicevano sdraiati sul juke-box ascoltando i primi dischi di rock and roll lisciandosi il ciuffo impomatato di brillantina. In quel periodo volevano imparare a suonare la chitarra tutti quanti e Ricki era diventato un mito per la sua maestria. Ho ancora in mente la scena di lui a casa nostra prendere in mano lo strumento di mio fratello e incominciare un assolo. Per non mostrare i trucchi, per quanto Pietruccio cercasse di sbirciare continuava a girarsi verso il muro. La cosa più divertente però era la rivalità tra le due madri, ne fui testimone in occasione di un Sanremo. Mio fratello preoccupato di avere nostra madre tra i piedi, mi fece avere un permesso da militare. Per tenere a bada la Cesira, mi ritrovai a passare i pomeriggi all’Hotel del Mare a Bordighera tra un nugolo di mamme, quella di Ricki quella di Celentano e altre, le stoccate che si lanciavano sorridendo era quanto di più feroce e sarcastico, soprattutto tra nostra madre e quella di Ricki d’altronde si conoscevano da anni e frequentavano la stessa parrocchia. 
Quando mostrai la foto alla casa discografica, ci fu una lunga discussione, la preoccupazione nasceva dalla convinzione che la scritta sulla struttura l’avessi fatta io, temevano l’intervento delle autorità municipali per aver danneggiato la cosa pubblica, ma in verità non volevano mostrare oltre misura il contenuto del disco, erano convinti e su questo non potevo dargli torto, che molti negozianti si sarebbero rifiutati di metterlo in vetrina. Informandomi con chi viveva nei pressi di quella piazza, scoprii che quello era luogo d’incontri e siccome c’erano state molte retate, una mano ignota aveva espresso il suo dissenso con quella scritta.
Vanda per colorare la bicicletta usò la tempera.

sabato 10 marzo 2012

Lucio Battisti - La canzone del sole


La  sera di una vigilia di Natale di molti anni fa mio fratello Pietruccio tornò a casa accompagnato da un ragazzo dai capelli ricci e con l’accento romano. Era molto simpatico e riuscì a far parlare nostro padre, cosa assai rara anche nelle festività più sacre. Rimase a cena e da quel giorno divenne un grande frequentatore della cucina di nostra madre, devo credere che non fosse la qualità a convincerlo ma la necessità, povera mamma ai fornelli era più che un disastro, una catastrofe, faceva una pizza alta dieci centimetri e gli spaghetti stracotti li spezzava almeno in tre parti per farceli stare nel pentolino dove più che cuocerli li faceva bollire e non voglio infierire oltre. Abitavamo in via Stendhal al 65 a Milano in due stanze più una cucina stretta e angusta ed un bagno dalle stesse dimensioni. Mio fratello ed io stavamo in sala, la sera si aprivano i divani e ci si dormiva se poi qualcuno si ammalava erano problemi. Andavo alle scuole serali e di giorno lavoravo in uno strano ufficio presso la Curia di Milano, il Comitato Nuove Chiese, così si chiamava. Succedeva che durante il fine settimana dovessi studiare stando al tavolo da pranzo, ma accanto c’erano mio fratello e Lucio che chitarre in mano si esercitavano, non parliamo poi quando fulminati da una idea malsana, decisero di dedicarsi ai fiati, Pietruccio al trombone Lucio alla tromba, era un inferno. I rapporti con i fratelli maggiori sono sempre difficili, io già di mio ne avevo due di cui uno il maggiore era assente, ma l’altro c’era e come che c’era, a questi un altro si era aggiunto, tormentandomi sul mio futuro, sulle scelte e su ciò che era giusto, lo facevano per il mio meglio, però a quella età non si è disponibili ad avere altra visione che la propria.
La presenza di Lucio divenne comunque un dato di fatto, in quel periodo non pensavo per nulla ad un futuro creativo, perché mi vedevo ingegnere, c’era però tra i miei compagni un giovane che aspirava a diventare cantante e insistette perché scrivessi i testi delle sue canzoni, mi sembrava bizzarro visto che nei temi non andavo oltre il cinque, non facevo errori grammaticali, ma secondo i miei insegnanti uscivo sempre dall’argomento e mi infilavo in gineprai dai quali faticavo io stesso ad uscire. Finiti gli studi fu il militare, e per uno strano destino mi ritrovai con una macchina fotografica tra le mani. Tornato a casa mi presi un periodo di attesa e mi recai a Londra dove di nuovo la sorte si mise di traverso facendomi incontrare grandi professionisti della fotografia, a questo punto pensai che forse sarebbe stato giusto vedere dove mi avrebbe portato quella strada.
Quando ritornai da Londra, il gruppo di mio fratello i Dik Dik, avevano ormai raggiunto il successo, mentre Lucio, riconosciuto come il più grande autore italiano, stava esplodendo anche come cantante. Mi sistemai nello studio di un fotografo di moda Rocco Mancino, rividi Lucio che mi chiese di fargli delle foto senza tanti impegni, così capitava che mentre lui girava per la Brianza in cerca di una casa per sè la sua compagna ed il nascituro accompagnandolo facessi degli scatti. Lucio che è sempre stato un uomo curioso s’era appassionato alla fotografia così capitava spesso che venisse in studio quando stavo stampando. Avvenne così che un pomeriggio, un venerdì pomeriggio ricevetti una telefonata dall’ufficio grafico della Ricordi, dovevano firmare la copertina che avevo fatto per un 45 giri di mio fratello, non volevo mettere il mio cognome, per non incorrere nelle solite maldicenze sul nepotismo, cercavo uno pseudonimo e qui giunse l’aiuto di Lucio “ Ao ma fatte chiama Caesar Monti”.
Intanto le cose stavano cambiando nel mondo della discografia Mogol Battisti e Sandro Colombini usciti dalla Ricordi creavano la Numero Uno, un’etichetta indipendente distribuita dalla RCA, fu allora che fui chiamato da Franco Daldello per iniziare la collaborazione con la nuova società.
La prima copertina sulla quale lavorai fu quella della Flora Fauna Cemento, subito dopo iniziò il lavoro con Lucio. Ci trovammo una mattina Battisti, la moglie, Mogol e molti artisti della Numero Uno davanti al parco della villa di una cara amica di Giulio in un paese della Brianza, ma non ricordo quale. In questo grande parco creai un’immagine corale, poi tanto per averli, feci alcuni scatti solo di Lucio che camminava verso di noi, mentre scattavo intervenne Giulio che gli mise tra i denti una margherita, trovai la cosa sdolcinata e pacchiana, ma non avendo ancora la padronanza della mia professione non dissi nulla. Rivedendo le immagini scelsi l’immagine più spontanea, era l’ultima a servizio finito mentre Lucio mi stava portando la borsa delle macchine fotografiche. Da allora non permisi più a nessuno di interferire sulle mie scelte. Ripensandoci avvenne un fatto strano per uno con il suo carattere, invitati dalla padrona della villa a sistemarci in un grande salone per rifocillarci, Sara era svenuta per un calo di zuccheri, Lucio prese la chitarra e fece di fronte a noi e ai proprietari del maniero un concertino vero e proprio.


giovedì 8 marzo 2012

Curare con amore


Vorrei conoscere il colore della sapienza e tingermi il viso le mani i piedi gli occhi e la lingua


Un profilo antico, uno sguardo fermo, una forza nel futuro



Solo quando la giornata volgerà al termine tornerò a casa



Quando chino la testa non è  per paura

sabato 3 marzo 2012

Oscar Prudente - Infinite fortune


Riguardando molte di queste immagini, mi rendo conto della impossibilità oggi di costruire una cosa simile nelle condizioni nelle quali agivo. Non chiesi nessuna autorizzazione ne alcun permesso. Arrivai alla stazione centrale, come assistente un nipote acquisito che di fotografia non sapeva nulla ma era un amico carissimo, avevamo una valigia legata con lo spago tanto da sembrare dei veri viaggiatori, anche se un po’ sfigati, allora per accedere ai binari occorreva avere o il biglietto del treno o uno scontrino d’accesso. Con i nostri scontrini entrammo senza porci grandi problemi e facendo finta di essere dei viaggiatori che facevano delle foto ricordo, iniziai a scattare. La luce era straordinaria, i fasci cadendo disegnavano quella struttura di ferro e cemento con una forza tale che qualsiasi cosa inquadrassi diventava magica. Spinto dall’ardore scesi persino dove c’erano i binari aspettando incurante l’arrivo dei treni sotto gli occhi incuriositi dei ferrovieri che si limitavano ad avvisarmi della pericolosità della situazione. Quando poi impostammo la copertina, Vanda ritoccò la foto usando dei pastelli che dettero all’immagine in bianco e nero virata di giallo antico, quel tocco in più. Per anni sono stato convinto che per ragioni contrattuali, il disco non fosse stato pubblicato invece incontrando Oscar seppi che era in circolazione anche se non aveva avuto grande successo.

martedì 28 febbraio 2012

Angelo Branduardi - Alla fiera dell'est


Questo è uno di quei casi in cui il valore della copertina aiutò in modo determinante il successo del Lp. Vennero da me i fratelli Zard, stavano producendo il nuovo disco di Branduardi. Angelo lo avevo conosciuto per la sua prima copertina. I due avevano con sè un libretto allegato al disco di Elton John. Le stupende immagini avevano un linguaggio perfettamente calzante al cantautore inglese, ma lontane mille miglia dal mondo di Branduardi, dopo lunghe discussioni si decise che avrei fatto una mia proposta. Raccolsi una serie di foto che pur evocando un mondo di fiabe, avevano in sé una interpretazione poetica della realtà. La prima di copertina era una foto fatta una mattina di luce piena ad una porta finestra all’interno del Castello di Carimate. Semplice ma maestosa nel suo chiaro scuro come deve essere la magia, la fiaba, la leggenda. Il libretto che conteneva il disco fu accettato ma senza entusiasmi, comunque gli costava poco e non c’era il tempo per farne un altro. Il disco uscì sotto le feste di Natale e ottenne tra la sorpresa generale un enorme successo, le ragioni erano semplici in più alle qualità notevoli del disco, la gente che voleva fare un regalo, si ritrovava al costo di un long playing, un libretto cosa inusitata in Italia. Sta di fatto che ogni volta che mi capita di incrociare David Zard mi ringrazia perché da lì è partita la sua fortuna. La donna ritratta nel retro è la moglie e l’autrice di molti testi di Angelo. 


L’ultima pagina del libro era una pagina bianca, nel progetto presentato c’era l’idea di indire un concorso nel quale si chiedeva a chi aveva acquistato il disco di riempirla con un disegno o una foto una proposta che vagliata da una commissione di esperti sarebbe stata inserita nella ristampa della copertina, ho sempre creduto che la creatività appartenga a tutti in forme e modi diversi e che ad ognuno debba essere data l’opportunità di esprimerla. 




Questo ritratto fu causa di grande frustrazione. Come più volte ho detto, guadagnavamo pochissimo, e nonostante le risposte del mercato fossero chiare, il nostro lavoro veniva considerato marginale ai fini del successo di un disco. Non era la prima volta e non è stata l’ultima che prendevano le mie immagini e senza che ne sapessi nulla le pubblicavano a loro piacere, la cosa poteva anche passare se si trattava della riduzione in un 45 giri o una ristampa, ma questa volta usarono questo ritratto per la copertina del nuovo L.p. pubblicato in Germania. Telefonai alla Polygram chiedendo un appuntamento per discutere di un eventuale compenso, fui accolto da due avvocati che in modo arrogante respinsero la richiesta, avrei dovuto ricorrere a dei legali e spendere dei soldi che non avevo. L’incredibile che nessuno ne Zard ne Branduardi fecero nulla, questa è la riconoscenza.



Tutti i testi furono scritti a mano da Vanda, perse gli occhi su questo lavoro era ovvio che ci sarebbero stati degli errori, ma nessuno ce li fece notare, forse perchè con il carattere che avevo, visto l’enorme differenza tra la mole di lavoro ed il compenso li avrei mandati...



La sacralità è da sempre un tema ricorrente nel mio lavoro. L’arrendevolezza e la rabbia. La figura di un Cristo senza la croce, il disegno di un costato appena accennato e la presenza di un volto non identificabile posti a fianco della battaglia dei due mastini suggeriscono le sensazioni di questo racconto.


Anche se il silenzio è una caratteristica che accomuna queste due foto, guardandole senti la pace di entrambe. La prima fu scattata sui Navigli, il ponte è vicino al Vicolo dei lavandai, la seconda nel giardino a fianco il nostro studio.


Questo foto me la scattò Vanda, la bimba che tengo in braccio è Alice. Eravamo nei pressi della basilica di Sant’Ambrogio alla fiera che si svolge nella prima settimana di dicembre “ la fiera du bei u bei” così chiamata perchè si racconta che le signore e i signori  passando accanto le bancarelle in dialetto dicessero che bello che bello. Era una giornata fredda ma limpida. Di fianco invece è lo scatto fatto nel parco dietro la Triennale di Milano. Anni addietro il Comune chiese a un gruppo di artisti di progettare delle strutture che sarebbero state collocate nel parco, come la piscina di De Chirico, o l’anfiteatro di Arman. Questo invece era un bosco di molle dentro le quali si infilavano i bambini facendole oscillare-

giovedì 23 febbraio 2012

Banco del Mutuo Soccorso - Darwin!


Questo fu il loro secondo album. Il titolo era estremamente accattivante e proseguendo nella logica del primo, partii da un oggetto che ne rappresentasse il tema, per cui abbinando Darwin al tempo mi portò dritto ad un orologio. Mio padre aveva amato da sempre i treni e prima che fosse coinvolto nell’attentato al teatro Diana, simile nella dinamica e nella tragedia a Piazza Fontana, aveva fatto domanda grazie all’aiuto di un cugino alle ferrovie di stato francese, di quel periodo non gli rimase che una gamba in meno e questo orologio. Avrei però desiderato che come per il salvadanaio fosse un cartonato ritagliato nella forma, ma a causa di alti costi non fu possibile. Vanda rivisitò con un disegno il quadrante. Fotografai Francesco di spalle come se fosse Darwin stesso e lo inserimmo al posto delle lancette dell’orologio, mentre le ore erano rappresentate dal mutare delle barbe che nei secoli avevano disegnato i volti degli uomini. All’interno della copertina misi una foto nella quale i componenti del gruppo tengono sollevato un grande vassoio con dentro decine di orologi.
Quella mattina si era presentato da me un giovane ben vestito che si proponeva come assistente, si chiamava Francoise Vallotton, pronipote del grande pittore svizzero Felix Vallotton, vidi il suo lavoro preciso e senza sbavature. Ci salutammo pensando di non rivederlo più, ma quella sera dovevo fare le foto al Banco che avrei usato per l’interno della busta e non avendo nessuno che potesse aiutarmi, lo chiamai. Alla fine del servizio avvicinandosi mi disse che non aveva mai visto lavorare in quel modo pensava che fossi pazzo, ma quella esperienza per lui attento a schemi prefissati e precisi lo affascinavano, rimase con me per tre anni. Dopo una carriera da fotografo per Vogue Francia, ho saputo che vive su una barca veleggiando da un oceano all’altro.

lunedì 20 febbraio 2012

Eugenio Finardi - Non gettate alcun oggetto dai finestrini


Eugenio l’avevo conosciuto alla Numero Uno. Aveva un gruppo assieme ad Alberto Camerini, “La grande Maria”. Sentiva forte dentro sè la sua parte anglosassone, la madre era americana, per cui incise come solista in lingua inglese dei 45 giri senza grande riscontro. Lo ritrovai in Cramps e come per il Canzoniere del Lazio fu indispensabile una mia maggiore presenza, con Gianni aveva un rapporto di amore ed odio, la sua parte latina lo rendevano intollerante alla freddezza di Sassi. Cercando di mediare tra la coerenza della Cramps e l’energia esplosiva di Eugenio si cercò di individuare uno spazio nel quale i due mondi potessero convivere. Finardi era sicuramente il primo artista in Cramps che avrebbe potuto coniugare lo stile con il successo. Senza togliere nulla agli altri, aveva una personalità fisica e come cantautore piaceva ai melodici ai rocchettari e agli impegnati, era trasversale.  Dopo aver chiesto alle ferrovie dello stato la possibilità di avere in prestito una di quelle targhette sulle quali era scritto “Non gettare oggetti dal finestrino” fui costretto a rivolgermi ad una piccolissima struttura che faceva lavori funerari in ceramica. Era un negozio che stava tra via Marghera e piazza Piemonte, ne feci fare due poi portai il tutto da Rancati visto che doveva ricostruire il cubo di legno gli chiesi di invecchiarle, dargli quella patina da usato. Rancati era una struttura a cui mi rivolgevo ogni volta che dovevo fare una foto o una copertina e avevo bisogno di un oggetto di scenografia o un costume. Aveva un capannone enorme in fondo a via Novara. C’erano le scenografie di molte opere liriche, gli arnesi più bislacchi le corazze di ogni epoca, carrozze e calzari, scarpe e parrucche, lance spade e armi da fuoco, io ci passavo i pomeriggi rivedevo in quegli oggetti, film che avevano segnato la storia del cinema. In un magazzino a fianco c’era l’officina ci lavoravano artigiani capaci di ricostruire qualsiasi cosa che appartenesse ad ogni epoca. Credo che dopo un incendio avvenuto qualche anno fa si siano trasferiti nella sede che avevano a Roma.

domenica 19 febbraio 2012

L'uomo e il motorino - Sesto capitolo A


Sembrava una stella, ma era la luce di una casa. Corse il cavaliere in groppa ad un bisonte a cercare aiuto per la sua dama. Tre volte bussò, tre volte attese. La luce si spense, la luna si accese, la dama si spense, il sole si accese. Il cavaliere si spense e l'amore ascese.

mercoledì 15 febbraio 2012

Pierangelo Bertoli - Il centro del fiume


Pierangelo era un uomo dalla voce calda e dalla poetica chiara e avvolgente. La cosa straordinaria era che pur essendo disabile nei suoi testi e nel proporsi non c’era piaggeria, anzi. L’immagine che creai in sintonia con tutte le altre, aveva nella semplicità e nella durezza il suo plus. La CBS-Sugar stava in via Quintiliano. Era un palazzo nuovo vicino a via Mecenate, una zona industriale, alla periferia di Milano. Lì c’erano concentrati oltre gli uffici, le sale incisioni, la fabbrica e la tipografia, allora i dischi venivano pensati, creati stampati e confezionati dalla casa discografica stessa, non era ancora solo un marchio, ma una industria vera e propria. Lì c’era anche la sede dell’Ascolto, due locali al secondo piano, occupati oltre che da Caterina da due giovani che collaboravano alla gestione dell’etichetta,  Pugnetti e Carota così si chiamavano. L’usciere fac-totum della CBS era un uomo simpatico e dal fisico quadrato, l’uomo giusto per  il ruolo del picconatore, lo convinsi a costo zero di posare per la copertina di Bertoli. Ci procurammo un piccone dagli operai che lavoravano in fabbrica, il cappellino e una canottiera bucata. Una domenica raccattai il mio modello, che aveva un appartamento nello stabile della CBS, Vanda e Alice e andammo a trovare Caterina nella villa del suocero in Brianza. Mentre percorrevamo la strada che portava verso Erba vidi che c’era tra una corsia e l’altra uno spazio. Fummo accolti da Stanislao Sugar mitico fondatore e proprietario della Sugar e delle Messaggerie Musicali, stava su uno di quei mezzi usati per trasportare da una buca all’altra i giocatori di golf. Lasciai Vanda e Alice da Caterina e ritornai nel luogo identificato e scattai la foto.


Questo genere d’immagine non venne accolto con favore, soprattutto all’interno della CBS, ma in fondo un pò tutta l’operazione era vissuta come il capriccio della moglie annoiata del padrone. Il tempo è stato galantuomo, di quella grande struttura l’unica cosa rimasta in piedi è l’erede dell’Ascolto, grazie soprattutto alla caparbietà e all’umiltà di Caterina.

sabato 11 febbraio 2012

Curare con amore


Poche cose, ma tanto amore è tutta qui la vita


C’è qualcuno che mi ascolta?



La serenità è nell’infanzia, non dimentichiamoci mai i suoi colori



Osserverò ogni tuo passo perché voglio crederti, ma non mi tradire altrimenti sarò costretta a sopravvivere

domenica 5 febbraio 2012

Lucio "Violino" Fabbri - Amarena


Battisti, Casetta e Gianni Sassi, mi hanno costretto ad impegnarmi di più, tirando fuori il meglio: Lucio era curioso, a lui non bastava una spiegazione qualsiasi, occorreva essere precisi, puntuali, chiari, non potevo costruire una immagine senza un perché, ma non sempre c’era una ragione, l’istinto o la casualità a volte mi portavano a creare una foto, dovevo allora arrampicandomi sui vetri, inventarmi un qualcosa che reggesse, non gli bastava un “Così perché mi piace!”. Casetta invece era stimolante, pretendeva sempre quel qualcosa in più che lo incuriosisse, aveva bisogno di essere sorpreso, di trovarsi di fronte all'imprevedibile. Gianni era sicuramente il più ostico, conosceva a fondo questo mestiere, per cui era impossibile raccontargli panzane, voleva che le proposte che gli sottoponevo andassero oltre, non fossero convenzionali, il suo rapporto con il mondo dell’arte era molto forte, i suoi riferimenti si rifacevano alla body art, all’arte povera, all’arte concettuale, i suoi artisti di riferimento erano Pistoletto, Beuys, Manzoni, tutto doveva essere coniugato secondo questo suo credo, la letteratura, la pubblicità, la musica, la cucina, il teatro ed il cinema.
La prima volta che lo incontrai, ne avevo soggezione, mi intimidiva questa sua sicurezza, mi ero presentato per mostragli il mio lavoro, lo stimavo e ritenevo il suo parere molto importante per me. Sfogliava il mio portfolio senza grande interesse, al che pensavo che la cosa sarebbe terminata lì, invece evitando preamboli o giri di parole mi chiese di diventare loro consulente, senza aspettare una risposta si era alzato e se ne era uscito. Tornando a casa Vanda mi chiese come era andata ed io non sapevo che rispondere. Il giorno dopo ricevetti una telefonata dalla segretaria di Gianni, la fatidica Monica Palla, che mi chiedeva di passare per firmare il contratto. Non avevo mai ricevuto un contratto, non sapevo neppure che cosa fosse il lavoro del consulente, per di più di un’agenzia pubblicitaria, io facevo solo le foto. Andai al numero quindici di via Leopardi dove stava la sede della Cramps mi ritrovai tra le mani una lettera con sotto una cifra per me astronomica cinquecento mila lire al mese, chiesi cosa dovevo fare, Monica mi disse che dovevo firmare e che mi avrebbero chiamato loro. Così iniziava la mia collaborazione.


Lucio aveva suonato per molti gruppi non ultimo la PFM, ma con la Cramps fece questo lp strumentale, seguendo la logica del simbolismo in copertina ho messo questo contenitore di amarene con dentro l’immagine stereotipata di Paganini.