martedì 28 febbraio 2012

Angelo Branduardi - Alla fiera dell'est


Questo è uno di quei casi in cui il valore della copertina aiutò in modo determinante il successo del Lp. Vennero da me i fratelli Zard, stavano producendo il nuovo disco di Branduardi. Angelo lo avevo conosciuto per la sua prima copertina. I due avevano con sè un libretto allegato al disco di Elton John. Le stupende immagini avevano un linguaggio perfettamente calzante al cantautore inglese, ma lontane mille miglia dal mondo di Branduardi, dopo lunghe discussioni si decise che avrei fatto una mia proposta. Raccolsi una serie di foto che pur evocando un mondo di fiabe, avevano in sé una interpretazione poetica della realtà. La prima di copertina era una foto fatta una mattina di luce piena ad una porta finestra all’interno del Castello di Carimate. Semplice ma maestosa nel suo chiaro scuro come deve essere la magia, la fiaba, la leggenda. Il libretto che conteneva il disco fu accettato ma senza entusiasmi, comunque gli costava poco e non c’era il tempo per farne un altro. Il disco uscì sotto le feste di Natale e ottenne tra la sorpresa generale un enorme successo, le ragioni erano semplici in più alle qualità notevoli del disco, la gente che voleva fare un regalo, si ritrovava al costo di un long playing, un libretto cosa inusitata in Italia. Sta di fatto che ogni volta che mi capita di incrociare David Zard mi ringrazia perché da lì è partita la sua fortuna. La donna ritratta nel retro è la moglie e l’autrice di molti testi di Angelo. 


L’ultima pagina del libro era una pagina bianca, nel progetto presentato c’era l’idea di indire un concorso nel quale si chiedeva a chi aveva acquistato il disco di riempirla con un disegno o una foto una proposta che vagliata da una commissione di esperti sarebbe stata inserita nella ristampa della copertina, ho sempre creduto che la creatività appartenga a tutti in forme e modi diversi e che ad ognuno debba essere data l’opportunità di esprimerla. 




Questo ritratto fu causa di grande frustrazione. Come più volte ho detto, guadagnavamo pochissimo, e nonostante le risposte del mercato fossero chiare, il nostro lavoro veniva considerato marginale ai fini del successo di un disco. Non era la prima volta e non è stata l’ultima che prendevano le mie immagini e senza che ne sapessi nulla le pubblicavano a loro piacere, la cosa poteva anche passare se si trattava della riduzione in un 45 giri o una ristampa, ma questa volta usarono questo ritratto per la copertina del nuovo L.p. pubblicato in Germania. Telefonai alla Polygram chiedendo un appuntamento per discutere di un eventuale compenso, fui accolto da due avvocati che in modo arrogante respinsero la richiesta, avrei dovuto ricorrere a dei legali e spendere dei soldi che non avevo. L’incredibile che nessuno ne Zard ne Branduardi fecero nulla, questa è la riconoscenza.



Tutti i testi furono scritti a mano da Vanda, perse gli occhi su questo lavoro era ovvio che ci sarebbero stati degli errori, ma nessuno ce li fece notare, forse perchè con il carattere che avevo, visto l’enorme differenza tra la mole di lavoro ed il compenso li avrei mandati...



La sacralità è da sempre un tema ricorrente nel mio lavoro. L’arrendevolezza e la rabbia. La figura di un Cristo senza la croce, il disegno di un costato appena accennato e la presenza di un volto non identificabile posti a fianco della battaglia dei due mastini suggeriscono le sensazioni di questo racconto.


Anche se il silenzio è una caratteristica che accomuna queste due foto, guardandole senti la pace di entrambe. La prima fu scattata sui Navigli, il ponte è vicino al Vicolo dei lavandai, la seconda nel giardino a fianco il nostro studio.


Questo foto me la scattò Vanda, la bimba che tengo in braccio è Alice. Eravamo nei pressi della basilica di Sant’Ambrogio alla fiera che si svolge nella prima settimana di dicembre “ la fiera du bei u bei” così chiamata perchè si racconta che le signore e i signori  passando accanto le bancarelle in dialetto dicessero che bello che bello. Era una giornata fredda ma limpida. Di fianco invece è lo scatto fatto nel parco dietro la Triennale di Milano. Anni addietro il Comune chiese a un gruppo di artisti di progettare delle strutture che sarebbero state collocate nel parco, come la piscina di De Chirico, o l’anfiteatro di Arman. Questo invece era un bosco di molle dentro le quali si infilavano i bambini facendole oscillare-

giovedì 23 febbraio 2012

Banco del Mutuo Soccorso - Darwin!


Questo fu il loro secondo album. Il titolo era estremamente accattivante e proseguendo nella logica del primo, partii da un oggetto che ne rappresentasse il tema, per cui abbinando Darwin al tempo mi portò dritto ad un orologio. Mio padre aveva amato da sempre i treni e prima che fosse coinvolto nell’attentato al teatro Diana, simile nella dinamica e nella tragedia a Piazza Fontana, aveva fatto domanda grazie all’aiuto di un cugino alle ferrovie di stato francese, di quel periodo non gli rimase che una gamba in meno e questo orologio. Avrei però desiderato che come per il salvadanaio fosse un cartonato ritagliato nella forma, ma a causa di alti costi non fu possibile. Vanda rivisitò con un disegno il quadrante. Fotografai Francesco di spalle come se fosse Darwin stesso e lo inserimmo al posto delle lancette dell’orologio, mentre le ore erano rappresentate dal mutare delle barbe che nei secoli avevano disegnato i volti degli uomini. All’interno della copertina misi una foto nella quale i componenti del gruppo tengono sollevato un grande vassoio con dentro decine di orologi.
Quella mattina si era presentato da me un giovane ben vestito che si proponeva come assistente, si chiamava Francoise Vallotton, pronipote del grande pittore svizzero Felix Vallotton, vidi il suo lavoro preciso e senza sbavature. Ci salutammo pensando di non rivederlo più, ma quella sera dovevo fare le foto al Banco che avrei usato per l’interno della busta e non avendo nessuno che potesse aiutarmi, lo chiamai. Alla fine del servizio avvicinandosi mi disse che non aveva mai visto lavorare in quel modo pensava che fossi pazzo, ma quella esperienza per lui attento a schemi prefissati e precisi lo affascinavano, rimase con me per tre anni. Dopo una carriera da fotografo per Vogue Francia, ho saputo che vive su una barca veleggiando da un oceano all’altro.

lunedì 20 febbraio 2012

Eugenio Finardi - Non gettate alcun oggetto dai finestrini


Eugenio l’avevo conosciuto alla Numero Uno. Aveva un gruppo assieme ad Alberto Camerini, “La grande Maria”. Sentiva forte dentro sè la sua parte anglosassone, la madre era americana, per cui incise come solista in lingua inglese dei 45 giri senza grande riscontro. Lo ritrovai in Cramps e come per il Canzoniere del Lazio fu indispensabile una mia maggiore presenza, con Gianni aveva un rapporto di amore ed odio, la sua parte latina lo rendevano intollerante alla freddezza di Sassi. Cercando di mediare tra la coerenza della Cramps e l’energia esplosiva di Eugenio si cercò di individuare uno spazio nel quale i due mondi potessero convivere. Finardi era sicuramente il primo artista in Cramps che avrebbe potuto coniugare lo stile con il successo. Senza togliere nulla agli altri, aveva una personalità fisica e come cantautore piaceva ai melodici ai rocchettari e agli impegnati, era trasversale.  Dopo aver chiesto alle ferrovie dello stato la possibilità di avere in prestito una di quelle targhette sulle quali era scritto “Non gettare oggetti dal finestrino” fui costretto a rivolgermi ad una piccolissima struttura che faceva lavori funerari in ceramica. Era un negozio che stava tra via Marghera e piazza Piemonte, ne feci fare due poi portai il tutto da Rancati visto che doveva ricostruire il cubo di legno gli chiesi di invecchiarle, dargli quella patina da usato. Rancati era una struttura a cui mi rivolgevo ogni volta che dovevo fare una foto o una copertina e avevo bisogno di un oggetto di scenografia o un costume. Aveva un capannone enorme in fondo a via Novara. C’erano le scenografie di molte opere liriche, gli arnesi più bislacchi le corazze di ogni epoca, carrozze e calzari, scarpe e parrucche, lance spade e armi da fuoco, io ci passavo i pomeriggi rivedevo in quegli oggetti, film che avevano segnato la storia del cinema. In un magazzino a fianco c’era l’officina ci lavoravano artigiani capaci di ricostruire qualsiasi cosa che appartenesse ad ogni epoca. Credo che dopo un incendio avvenuto qualche anno fa si siano trasferiti nella sede che avevano a Roma.

domenica 19 febbraio 2012

L'uomo e il motorino - Sesto capitolo A


Sembrava una stella, ma era la luce di una casa. Corse il cavaliere in groppa ad un bisonte a cercare aiuto per la sua dama. Tre volte bussò, tre volte attese. La luce si spense, la luna si accese, la dama si spense, il sole si accese. Il cavaliere si spense e l'amore ascese.

mercoledì 15 febbraio 2012

Pierangelo Bertoli - Il centro del fiume


Pierangelo era un uomo dalla voce calda e dalla poetica chiara e avvolgente. La cosa straordinaria era che pur essendo disabile nei suoi testi e nel proporsi non c’era piaggeria, anzi. L’immagine che creai in sintonia con tutte le altre, aveva nella semplicità e nella durezza il suo plus. La CBS-Sugar stava in via Quintiliano. Era un palazzo nuovo vicino a via Mecenate, una zona industriale, alla periferia di Milano. Lì c’erano concentrati oltre gli uffici, le sale incisioni, la fabbrica e la tipografia, allora i dischi venivano pensati, creati stampati e confezionati dalla casa discografica stessa, non era ancora solo un marchio, ma una industria vera e propria. Lì c’era anche la sede dell’Ascolto, due locali al secondo piano, occupati oltre che da Caterina da due giovani che collaboravano alla gestione dell’etichetta,  Pugnetti e Carota così si chiamavano. L’usciere fac-totum della CBS era un uomo simpatico e dal fisico quadrato, l’uomo giusto per  il ruolo del picconatore, lo convinsi a costo zero di posare per la copertina di Bertoli. Ci procurammo un piccone dagli operai che lavoravano in fabbrica, il cappellino e una canottiera bucata. Una domenica raccattai il mio modello, che aveva un appartamento nello stabile della CBS, Vanda e Alice e andammo a trovare Caterina nella villa del suocero in Brianza. Mentre percorrevamo la strada che portava verso Erba vidi che c’era tra una corsia e l’altra uno spazio. Fummo accolti da Stanislao Sugar mitico fondatore e proprietario della Sugar e delle Messaggerie Musicali, stava su uno di quei mezzi usati per trasportare da una buca all’altra i giocatori di golf. Lasciai Vanda e Alice da Caterina e ritornai nel luogo identificato e scattai la foto.


Questo genere d’immagine non venne accolto con favore, soprattutto all’interno della CBS, ma in fondo un pò tutta l’operazione era vissuta come il capriccio della moglie annoiata del padrone. Il tempo è stato galantuomo, di quella grande struttura l’unica cosa rimasta in piedi è l’erede dell’Ascolto, grazie soprattutto alla caparbietà e all’umiltà di Caterina.

sabato 11 febbraio 2012

Curare con amore


Poche cose, ma tanto amore è tutta qui la vita


C’è qualcuno che mi ascolta?



La serenità è nell’infanzia, non dimentichiamoci mai i suoi colori



Osserverò ogni tuo passo perché voglio crederti, ma non mi tradire altrimenti sarò costretta a sopravvivere

domenica 5 febbraio 2012

Lucio "Violino" Fabbri - Amarena


Battisti, Casetta e Gianni Sassi, mi hanno costretto ad impegnarmi di più, tirando fuori il meglio: Lucio era curioso, a lui non bastava una spiegazione qualsiasi, occorreva essere precisi, puntuali, chiari, non potevo costruire una immagine senza un perché, ma non sempre c’era una ragione, l’istinto o la casualità a volte mi portavano a creare una foto, dovevo allora arrampicandomi sui vetri, inventarmi un qualcosa che reggesse, non gli bastava un “Così perché mi piace!”. Casetta invece era stimolante, pretendeva sempre quel qualcosa in più che lo incuriosisse, aveva bisogno di essere sorpreso, di trovarsi di fronte all'imprevedibile. Gianni era sicuramente il più ostico, conosceva a fondo questo mestiere, per cui era impossibile raccontargli panzane, voleva che le proposte che gli sottoponevo andassero oltre, non fossero convenzionali, il suo rapporto con il mondo dell’arte era molto forte, i suoi riferimenti si rifacevano alla body art, all’arte povera, all’arte concettuale, i suoi artisti di riferimento erano Pistoletto, Beuys, Manzoni, tutto doveva essere coniugato secondo questo suo credo, la letteratura, la pubblicità, la musica, la cucina, il teatro ed il cinema.
La prima volta che lo incontrai, ne avevo soggezione, mi intimidiva questa sua sicurezza, mi ero presentato per mostragli il mio lavoro, lo stimavo e ritenevo il suo parere molto importante per me. Sfogliava il mio portfolio senza grande interesse, al che pensavo che la cosa sarebbe terminata lì, invece evitando preamboli o giri di parole mi chiese di diventare loro consulente, senza aspettare una risposta si era alzato e se ne era uscito. Tornando a casa Vanda mi chiese come era andata ed io non sapevo che rispondere. Il giorno dopo ricevetti una telefonata dalla segretaria di Gianni, la fatidica Monica Palla, che mi chiedeva di passare per firmare il contratto. Non avevo mai ricevuto un contratto, non sapevo neppure che cosa fosse il lavoro del consulente, per di più di un’agenzia pubblicitaria, io facevo solo le foto. Andai al numero quindici di via Leopardi dove stava la sede della Cramps mi ritrovai tra le mani una lettera con sotto una cifra per me astronomica cinquecento mila lire al mese, chiesi cosa dovevo fare, Monica mi disse che dovevo firmare e che mi avrebbero chiamato loro. Così iniziava la mia collaborazione.


Lucio aveva suonato per molti gruppi non ultimo la PFM, ma con la Cramps fece questo lp strumentale, seguendo la logica del simbolismo in copertina ho messo questo contenitore di amarene con dentro l’immagine stereotipata di Paganini.

sabato 4 febbraio 2012

L'uomo e il motorino - Quinto capitolo B


Dentro il corpo del guerriero si nascondeva il suo scudiero, ma il vento e la luna l'ombra rapirono e solo tra le stelle il nemico incontrò. Giovane senza speranza e dagli occhi come il mare, non temere ma forte afferra il tuo cuore, l'alba sta giungendo e la tua ombra stai incontrando.

venerdì 3 febbraio 2012

Enzo Jannacci - Quelli che...


Ricordo che quando conobbi Jannacci, era sul marciapiede davanti la sede de “l’Ultima spiaggia” assieme a Beppe Viola, stavano scrivendo appoggiati al tetto di una macchina. Viola da sempre suo coautore, era uno dei volti del giornalismo sportivo più noti, alto e corpulento aveva stampato sul volto un sorriso sornione. Enzo era esattamente come lo si vedeva in televisione, allampanato ma dirompente per simpatia e intelligenza. Il suo spirito goliardico segnava i suoi rapporti d’amicizia, fare gli scherzi era una regola per cui bisognava stare sempre allerta ovunque e in qualsiasi occasione. Stavo lavorando a questa copertina ed ero andato a trovarlo dove registrava, in fondo ai Navigli poco prima di Corsico. Erano tutti a pranzo e prima che mi accomodassi, Enzo sottovoce mi si avvicinò chiedendomi di assecondarlo in quello che avrebbe detto. Sull’altro lato del tavolo era seduto un sassofonista che non avendomi mai visto mi squadrava con aria sospettosa. Certo per chi non mi conosceva potevo apparire un fricchettone,  non ho mai curato il mio aspetto, barba lunga come i capelli, quel giorno poi avevo uno spolverino lungo che mi accompagnava ormai da molti anni. Enzo incominciò alzando la voce che era inutile che insistessi, la grafica non me la faceva fare che non gli interessava nulla se ero in crisi da astinenza da eroina e neppure del fatto che ero stato minacciato dal mio puscer perché gli dovevo dei soldi. Io intanto stavo in piedi emaciato e silenzioso al che Enzo dopo aver avvicinato l’orecchio alla mia bocca si staccava di colpo continuando a gridare frasi senza senso, questo balletto andò avanti per un po’ poi il sassofonista scosso e impacciato per ciò che stava succedendo schizzò in piedi e borbottando frasi incomprensibili verso quelli che erano al tavolo si diresse verso il telefono per chiamare il 113 a questo punto fu fermato e ci volle molto per convincerlo che era uno scherzo. Attenzione però i suoi scherzi partivano sempre da ragioni precise, per esempio il sassofonista aveva discusso fino a poco prima che arrivassi sulla consistenza delle sue larghe vedute, sulla sua capacità di accettare senza riserve gli altri privo di giudizi.
Il chitarrista che suonava sempre con Enzo, mi pare si chiamasse De Filippi, raccontò che un giorno si erano fermati a mangiare ad una trattoria dove avendo riconosciuto Jannacci, aumentarono del doppio il conto. Enzo non fece una piega, uscì e visto un camion pieno di sabbia, ne acquistò il carico e fece ribaltare tutta la terra davanti all’ingresso della trattoria. 

Scattai la foto davanti il gruppo di case che stavano in fondo a via Missaglia a Milano, avevo portato con me delle scarpe, il riferimento era al pezzo di Jannacci di qualche anno prima “El purtava e scarp de tennis”, ma l’inquadratura era ancora spoglia ne avevo bisogno di altre. Mi venne in aiuto la Dina quella signora che avevo usato per la copertina di “Anima Latina” e della “Flora Fauna Cemento”. Abitando in uno di quei palazzi che stavo per riprendere, affacciandosi alla finestra, mi aveva visto ed era scesa per salutarmi, le chiesi se aveva delle scarpe da prestarmi, tornò dopo pochi minuti con una montagna di calzature.
Spedimmo il bozzetto della copertina a Roma alla RCA che dell”Ultima Spiaggia” era il distributore. Volevamo solo mostrarla per questo inserimmo una scritta provvisoria solo per gli ingombri. Invece quelli, che avevano fretta di mettere sul mercato il disco, lo mandarono in stampa così com’era.